Valesio
Valesio è un area collocata tra Brindisi e Lecce, nota presso i Greci col nome Baleton o Aletia, presso i Latini col nome di Valetium o Balesium. Era conosciuta anche con altri toponimi quali Balentium e Valentia. Intorno al 700 la Cosmografia di Ravenna la riporta col nome di Baletium mentre nel 1100 nella Cosmografia di Guidone appare il nome Valentium.
Le prime testimonianze scritte risalgono al Galateo che nel suo De situ Iapygiae (edizione Basilea del 1558) colloca Valesio sulla Via Traiana e la descrive come un cumulo di rovine: “A Brundisio Lupias pedestri itinere occorri Balesus diruta, ac penitus deleta. Quae vix mostra urbis vestigium ambitus murorum, ut oculis metiri licet, VII aut VIII erats tadiorum, ubi muri fuerunt, aggeres tantum et lapidum cumuli cernuntur dumetis obsiti…”.Anche De Giorgi dopo aver visitato il sito, nel 1886, lo descrive come ormai un ammasso di rovine e menziona i vari reperti rinvenuti tra cui iscrizioni messapiche e latine, vasi in terracotta grezza, monete d’argento di zecca locale.
In una carta del 1182 risulta che i residenti in Valesio e Caliano fra villani e affittuari erano 21 oltre a 6 capifamiglia che risultano stabiliti a Torchiarolo. Nel 1180 la chiesa di Santa Barbara presso il casale di Valesio venne compresa tra i possedimenti che Tancredi d’Altavilla donò al monastero dei Santi Niccolò e Cataldo di Lecce. Nel 1182 venne compreso tra il possedimenti l’intero casale che venne confermato nel 1494 da re Alfonso II.
Le prime tracce del casale risalgono al VIII secolo a.C. cioè all’Età del Ferro e si concentrano intorno al piccolo torrente Canale ‘Nfocaciucci probabilmente perché le condizioni erano favorevoli consentendo la presenza di acqua, legname, aree per il pascolo e la caccia senza contare la vicinanza al mare e di conseguenza la possibilità di praticare la pesca. Risalenti a questo periodo sono i resti molto frammentari di una capanna messapica al di sotto del complesso termale di età romana. Al VII secolo risale anche il frammento di un orlo decorato di origine corinzia che testimonia l’importazione di prodotti greci nel Salento tra VII e VIII secolo. Rapporti che si intensificarono tra VI e III secolo ellenizzando i piccoli centri salentini.

La ceramica ritrovata risalente a quest’ultimo periodo si può distinguere in ceramica a vernice nera, ceramica a fasce, ceramica da cucina non decorata, ceramica da fuoco. Al IV risale l’imponente costruzione della cinta muraria per un perimetro di 3,5 km delimitando un’area di 83 ha. Disponendosi a forma di ellisse era costituita da uno spessore di 5 metri e di due paramenti con un nucleo interno formato da pietre e terra. Realmente l’urbanizzazione occupava solo 40 ettari di superficie; per questo si è cercato di spiegare la realizzazione di così massicce mura considerando il possibile futuro incremento demografico e la possibilità di far pascolare entro le mura il bestiame in caso di assedio. In realtà poi la zona libera è stata usata come necropoli. Queste compaiono anche al di fuori delle mura. All’interno delle tombe rinvenute a Valesio sono stati trovati molti oggetti di uso personale come fibbie, anelli, collane, ceramiche.
Tra VIII e III secolo molte città messapiche avevano una monetazione propria, ma Valesio e Nardò coniavano anche monete d’argento solo in funzione commemorativa. Questo testimonia l’importanza della città. Nel 1926 è stato rinvenuto il più ricco tra i ritrovamenti della zona: 1849 monete d’argento in un vaso d’argilla nella cavità di un grosso blocco di pietra di carparo a un certa profondità nel terreno, tutt’intorno una seria di blocchi di carparo squadrati che si è supposto facessero parte di un tempio all’esterno delle mura di cui il tesoro era una dotazione. Altre monete risalenti all’epoca greca, a quella tardoromana e bizantina sono state rinvenute nell’area Santo Stefano.
A partire dal III secolo a.C. venne inclusa nell’Impero Romano perdendo conseguentemente la sua importanza dal momento che venne favorita Brindisi che divenne il centro più fiorente della regione. Valesio infatti nel 100 a.C. si ridusse ad un piccolo borgo occupando solo 2-3 ettari. Il borgo sopravvisse per altri 600 anni grazie alla sua vicinanza alla via Traiano-Calabra. Agli inizi del IV secolo venne realizzata la Mutatio Valentia: una stazione termale intermedia tra Brindisi e Lecce che offriva servizi quali la possibilità di cambiare i cavalli o effettuare brevi soste.
Il complesso termale presenta un’estensione di circa 30 metri sul lato est e ovest e di 34 metri sul lato nord e sud. Si accedeva tramite un portico che immetteva in una grande sala d’entrata, con mosaico, detta basilica thermarum, da qui si giungeva allo spogliatoio o apodyteriume alle sale balneari: frigidarium (sala del bagno fredda con vasca), tepidarium (sala del

bagno tiepida priva di vasca essendo un ambiente di transito), calidarium (sala del bagno calda con vasca). Vi erano poi due sale utilizzate come fornaci (praefurnia), un cortile con pozzo e ambienti di servizio come la latrina, il magazzino e le stalle. Il pavimento dello spogliatoio era in cemento mentre le sale balneari avevano un pavimento a mosaico con uno spessore di 20 cm e le pareti rivestite di marmo come ha dimostrato il ritrovamento di piccoli frammenti di lastre marmoree. Testimonianza dell’alto livello ingegneristico è il cosiddetto hypocaustum: sistema di riscaldamento conseguito dai romani realizzato all’interno del complesso termale, che riguardava in particolare il tepidariume il calidarium. Il ritrovamento di una lucerna romana datata al IV-V secolo d.C. permette di confermare il funzionamento della stazione termale almeno fino a quel periodo. Nei secoli successivi i sito rimase disabitato. La sua distruzione viene fatta risalire da alcuni al 1147 per opera di Guglielmo il Malo; altri invece sostengono che la causa sia da attribuire alle vicende belliche tra il 1250-70. In effetti nel XIII secolo vennero realizzati alcuni edifici in cui vennero incorporati alcuni muri delle terme; a quel periodo sembrano risalire anche tombe e scheletri trovati all’interno e all’esterno del complesso termale, alcune delle quali scavate nel mosaico della sala d’entrata e nel pavimento in cemento dello spogliatoio.
Le testimonianze dell’esistenza di Valesio sono state preservate da alcune campagne di scavo realizzate tra il 1980 e il 1990 ad opera della Missione Olandese della Libera Università di Amsterdam, con la collaborazione dell’Istituto di Scienze dell’Antichità dell’Università del Salento, e col patrocinio della locale Amministrazione Comunale, campagne che rientravano in un programma di ricerca, volto allo studio dei processi di integrazione di società indigene pre-romane nell’Impero Romano.